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Rate-MutuiRoma, 17 feb 2014 – Sono 610.000 i divorziati in Italia che pagano ancora le rate del mutuo per la casa coniugale. La maggioranza, 362.000 sono uomini le donne sono invece 248.000.

Su cento donne separate il 18% paga ancora il mutuo, su 100 uomini separati il 28% paga le rate della casa. E’ quanto risulta dall’indagine Demoskopea condotta per Immobiliare.it su un campione di 2,7 milioni di divorziati e diffusa oggi.

Per i divorziati, si legge, l’anno economicamente piu’ difficile e’ il primo anno, quando piu’ della meta’ dei separati (54,7%) sta ancora pagando il mutuo della casa. Fortunatamente dopo 5 anni la percentuale e’ crollata al 5,4%.

Un altro aspetto negativo per i separati e’ la difficolta’ di riuscire a trovare un secondo mutuo per l’acquisto di una nuova abitazione.

Dopo la fine del matrimonio piu’ della meta’ delle persone prova a chiedere un nuovo mutuo alle banche (46,2% del campione, equivalente a 1.248.000 persone), ma quasi la meta’ si e’ visto negare la concessione di un nuovo finanziamento per l’acquisto di una nuova abitatazione.

L’indagine inoltre segnala che il 42,2% dei divorziati denuncia una condizione economica peggiorata dopo la separazione, soprattutto durante il primo anno (45,3%) e proprio l’impossibilita’ di far fronte alle spese di una nuova casa spiegano come mai, nei primi dodici mesi successivi alla fine del matrimonio, il 57,8% dei separati dichiari di abitare ancora sotto il tetto coniugale.

La condizione di separati in casa e’ equamente divisa fra uomini (51,5%) e donne (48,5%). Se in molti casi, quando la coppia scoppia, la soluzione abitativa preferita e’ quella dell’affitto di un’altra casa (26,6% dei separati da meno di un anno), addirittura il 10,9% dei separati e’ costretto a tornare a vivere nella casa dei propri genitori. com-ram

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planimetria-catastale2Approvata oggi all’interno del decreto Imu-Bankitalia che ha trovato il sì alla Camera la riforma del registro edilizio: la novità più importante riguarda proprio il calcolo della rendita catastale.

Per l’entrata in vigore effetiva ci vorrà ancora tempo, ma nel frattempo è giusto informarsi per arrivare pronti a quella che per l’immobiliare – e a ben pensarci anche per il costume italiano – rappresenta una svolta a dir poco epocale.

Case e appartamenti verranno dunque misurate non più in in vani catastali (norma attualmente in vigore e risalente al 1989) bensì in metri quadrati, sistema che garantirebbe un calcolo della superficie ritenuto più realistico ed equo.

La nuova rendita partirà poi dai valori locativi annui al metro quadrato (con riferimento ai dati dell’Omi, Osservatorio sul mercato immobiliare dell’Agenzia del Territorio).

Lo stesso Catasto cambierà anche la propria organizzazione: non sarà infatti più strutturato in gruppi, categorie e classi, perché il territorio comunale verrà suddiviso in microzone (in sostituzione delle attuali zone censuarie).

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Dallo scorso 14 marzo, grazie alla sentenza n. 50 depositata dalla Corte costituzionale, le norme che proteggevano gli inquilini ai quali venivano offerti affitti a prezzi modici perché in nero sono state censurate.

Ci spieghiamo meglio: nel 2011 grazie ad alcune disposizioni in materia di federalismo fiscale agli inquilini era stata data la possibilità di denunciare i padroni di casa che gli proponevano affitti bassi purché in nero.

A questi inquilini coraggiosi, lo Stato offriva in cambio della “soffiata” contratti a canone calmierato. Il che era un bene, soprattutto perché i principali destinatari delle offerte illegali dei proprietari di casa erano studenti, stranieri e in generale categorie poco difese dalla legge.

Ora, la Consulta ha dichiarato illegittima la norma sulla determinazione dei canoni di locazione – che prevedeva appunto vantaggi per gli inquilini che segnalavano contratti di affitto in nero – contenuta nel decreto del 2011 sul federalismo fiscale.
La Consulta, di fatto, ha cancellato gli sconti previsti per gli affittuari che denunciavano contratti in nero e permettevano agli inquilini di registrare di propria iniziativa il contratto d’affitto presso un qualsiasi ufficio delle Entrate.

I giudici costituzionali hanno però bocciato tale procedura per «eccesso di delega», annullando anche i contratti già registrati, per la gioia di Confedilizia, e la protesta degli inquilini.

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Piano CasaGrazie al decreto approvato dal Consiglio dei Ministri la scorsa settimana, il nuovo piano casa apporterà una serie di decisivi cambiamenti nel settore, a cominciare dalle agevolazioni fiscali per i contratti a canone concordato, passando per l’aumento di 100 milioni del fondo per l’affitto, fino agli sconti sull’Irpef per chi abita una casa popolare.

Nel dettaglio, scende dal 15% al 10% la cedolare secca (l’imposta unica per i proprietari di immobili affittati) ma solo per gli alloggi a canone concordato e quelli per studenti universitari. L’obiettivo è quello di aumentare l’offerta di alloggi a canone ridotto, e allo stesso tempo di ridurre il nero sugli affitti. Rientrano nello sconto fiscale i nuovi contratti ma anche quelli già in corso.

Il nuovo piano casa ha in progetto anche il recupero degli alloggi pubblici attraverso interventi di risparmio energetico finanziati da fondi già a bilancio del ministero e non impiegati. Si tenterà in questo modo di andare incontro alle difficoltà abitative delle famiglie a basso reddito ma anche di rilanciare l’occupazione nel settore edile I primi alloggi recuperati verranno assegnati alle famiglie a basso reddito e con disabili a carico.

Oltre al recupero è previsto un piano di dismissioni degli alloggi di edilizia pubblica, con la possibilità per gli Istituti autonomi case popolari (Iacp) di fissare i prezzi di vendita e offrire mercato anche le case abitate da inquilini ormai privi dei requisiti di reddito per avere diritto ad un alloggio sociale. La possibilità di riscatto dovrebbe passare attraverso un fondo per la concessione di mutui a tassi agevolati per mettere gli inquilini in condizione di poter effettuare l’acquisto pagando una rata di mutuo di importo circa pari al canone di locazione in precedenza versato. Per gli inquilini degli alloggi sociali arriverà inoltre una detrazione fiscale di 900 euro per redditi fino a 15.000 euro e a 450 euro per redditi sopra questa soglia e fino ai 31.987 euro. I titolari di contratti di affitto negli alloggi sociali potranno anche ottenere l’appartamento “a riscatto” dopo un periodo di affitto minimo di sette anni, ma solo se la stipula è stata effettuata dopo l’entrata in vigore del decreto.

Verrà inoltre rifinanziato il cosiddetto fondo affitti, vale a dire il fondo che protegge gli affittuari dal rischio di morosità dovuta a contingenze momentanee, come la perdita del lavoro. Rifinanziato anche il fondo per l’accesso ai mutui delle giovani coppie.
Infine, il decreto legge si schiera evidentemente in modo drastico contro le occupazioni degli alloggi pubblici: gli abusivi non avranno accesso ad allaccio delle utenze e residenza anagrafica.

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imageCon la legge 27.12.2013 n.147 (cd. Legge di Stabilità) era stato introdotto il divieto di corrispondere con denaro contante i canoni di locazione, relativi unicamente ai contratti ad uso abitativo.

Testualmente la novella: All’articolo 12 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22dicembre 2011, n. 214, dopo il comma 1 è inserito il seguente:

«1.1. In deroga a quanto stabilito dal comma 1, i pagamenti riguardanti canoni di locazione di unità abitative, fatta eccezione per quelli di alloggi di edilizia residenziale pubblica, sono corrisposti obbligatoriamente, quale ne sia l’importo, in forme e modalità che escludano l’uso del contante e ne assicurino la tracciabilità anche ai fini della asseverazione dei patti contrattuali per l’ottenimento delle agevolazioni e detrazioni fiscali da parte del locatore e del conduttore».

Per cui dal 1.1.2014 i canoni di locazione concernenti contratti di locazione ad uso abitativo, anche relativi a contratti già in essere, era previsto che i canoni fossero corrisposti con forme di pagamento tracciabili (assegni, bonifici, vaglia).

La sanzione applicabile in caso di violazione era dall’1% al 40% dell’importo trasferito (art.58 D.L. 231/07).
Tuttavia, con circolare Prot. DT 10492 del 5 febbraio 2014 il Ministero dell’Economia e delle Finanze, a seguito dei numerosi quesiti ricevuti in tema, ha precisato che detto divieto deve essere letto ed interpretato in combinato disposto con l’art. 49 del D.Lgs. 231/07, ovvero con la norma inserita della disciplina antiriciclaggio che dispone il divieto di effettuare pagamenti in denaro contante oltre il limite che attualmente è fissato in 999,00 euro.

Quindi, in sostanza, anche nel pagamento dei canoni di locazione concernenti contratti di locazione ad uso abitativo è possibile effettuare il pagamento degli stessi in contanti fino ad un massimo di 999,00 euro, diversamente dovranno essere corrisposti con forme di pagamento che ne consentano la tracciabilità (assegni, bonifici, vaglia).

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